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La terapia ormonale nel tumore della prostata, definita anche terapia di deprivazione androgenica o ADT, non corrisponde a un singolo farmaco.
Secondo le linee guida della European Association of Urology questa comprende sia trattamenti capaci di ridurre la produzione di testosterone sia di medicinali che ostacolano l’azione degli androgeni sulle cellule tumorali.
Può essere impiegata insieme alla radioterapia nei tumori localizzati a rischio più elevato, in alcune recidive dopo un trattamento locale oppure come base della cura nelle forme metastatiche.
Indicazione e durata devono però essere personalizzate: oltre alle caratteristiche del tumore, occorre considerare età biologica, condizioni cardiovascolari, rischio di osteoporosi, altre malattie presenti e preferenze del paziente.
Come funziona e quando viene utilizzata
Il testosterone viene prodotto principalmente dai testicoli e, in misura minore, dalle ghiandole surrenali. Poiché molte cellule del tumore prostatico utilizzano gli androgeni come segnale per crescere, la terapia ormonale mira a ridurre i livelli di testosterone oppure a impedirne l’azione sulle cellule tumorali. Questo approccio, definito anche deprivazione androgenica, può rallentare la progressione della malattia e contribuire a mantenerla sotto controllo.
La deprivazione androgenica può essere ottenuta attraverso diverse modalità:
- agonisti del GnRH o LHRH, somministrati mediante iniezioni periodiche;
- antagonisti del GnRH, disponibili in formulazioni iniettabili o orali;
- orchiectomia bilaterale, oggi meno utilizzata, che riduce rapidamente e in modo permanente la produzione di testosterone da parte dei testicoli;
- farmaci che interferiscono con la via degli androgeni, bloccandone la produzione o impedendo l’attivazione del recettore androgenico.
Secondo le linee guida EAU suggerite nel trattamento del tumore prostatico gli agonisti del GnRH possono provocare inizialmente un aumento transitorio del testosterone, chiamato flare. Nei pazienti con malattia avanzata e rischio di complicazioni, il medico può associare temporaneamente un antiandrogeno oppure scegliere un antagonista, che abbassa il testosterone senza causare questo aumento iniziale.
Nel tumore localizzato, invece, l’ADT (Androgen Deprivation Therapy) non viene generalmente utilizzata da sola al posto di un trattamento potenzialmente curativo. Può invece aumentare l’efficacia della radioterapia. Per alcune forme a rischio intermedio la durata indicativa è di quattro-sei mesi; nei tumori ad alto rischio può estendersi a due-tre anni, sempre valutando condizioni generali e tollerabilità.
Nella malattia metastatica sensibile agli ormoni, la sola ADT non rappresenta più la scelta preferenziale per i pazienti che possono ricevere una terapia combinata. Le strategie attuali prevedono generalmente l’associazione con un farmaco diretto contro la via del recettore androgenico e, in pazienti selezionati.
Anche nelle forme non metastatiche ad alto rischio sono emerse nuove possibilità.
I risultati della piattaforma STAMPEDE hanno mostrato che, in pazienti accuratamente selezionati, aggiungere abiraterone e prednisolone al trattamento standard può migliorare sia la sopravvivenza libera da metastasi che la sopravvivenza complessiva.
Benefici clinici, controlli e risposta alla cura
Sempre secondo le già citate linee guida EAU, l’obiettivo cambia in base allo stadio della malattia. In associazione alla radioterapia, la terapia ormonale può rendere le cellule tumorali più sensibili alle radiazioni e diminuire il rischio di recidiva. Nelle forme metastatiche può ridurre il PSA e il volume della malattia, alleviare il dolore e diminuire il rischio di complicazioni come fratture patologiche, compressione del midollo spinale o ostruzione delle vie urinarie.
La risposta viene controllata mediante PSA, sintomi, visita clinica ed esami di imaging quando indicati. In alcuni casi si misura anche il testosterone per verificare che la soppressione ormonale sia adeguata. Un aumento del PSA durante la terapia non significa automaticamente che non esistano altre opzioni: può indicare la necessità di approfondire con nuovi esami e di modificare o intensificare il trattamento.
I controlli dipendono anche dai farmaci associati.
Possono comprendere pressione arteriosa, peso, glicemia, colesterolo, emocromo, funzionalità epatica, potassio e valutazione della salute ossea. È importante comunicare al team tutti i medicinali e gli integratori assunti, perché alcuni trattamenti presentano interazioni farmacologiche.
Effetti collaterali e gestione nella vita quotidiana
Ridurre il testosterone non agisce soltanto sul tumore.
Gli androgeni partecipano anche al mantenimento della massa muscolare, della densità ossea, del desiderio sessuale e dell’equilibrio metabolico.
Gli effetti variano da persona a persona e dipendono dalla durata della terapia, dall’età e dalle condizioni presenti prima del trattamento.
Vampate di calore
Le vampate di calore e la sudorazione notturna sono comuni.
Può essere utile vestirsi a strati, mantenere fresca la camera, limitare alcol, fumo, bevande molto calde e cibi che sembrano scatenare gli episodi. Quando il disturbo interferisce con sonno e attività quotidiane, il medico può valutare terapie specifiche.
Interventi non farmacologici
Una ricerca recente ha esaminato anche interventi non farmacologici.
Lo studio MANCAN2 del 2026 ha valutato un programma di terapia cognitivo-comportamentale guidato da infermieri specializzati. Tra i risultati vale la pena sottolineare come siano stati osservati miglioramenti a breve termine delle vampate, dell’ansia e dell’umore (anche se i benefici sulle vampate non si sono mantenuti oltre i sei mesi).
Disfunzioni della sfera sessuale
Ma gli effetti collaterali non si fermano qui. Gli psicologi lo sanno bene: la diminuzione del desiderio sessuale e la disfunzione erettile possono modificare l’immagine di sé e il rapporto di coppia. Ecco perché questi non sono aspetti marginali della cura.
Una consulenza andrologica, sessuologica o psicologica può aiutare a discutere le possibilità terapeutiche e a ridefinire l’intimità senza limitarla alla sola erezione.
Le linee guida EAU, nella parte dedicate alla qualità della vita raccomandano un approccio multidisciplinare che consideri anche umore, relazione con il partner e percezione delle capacità cognitive.
Funzioni metaboliche
Dal punto di vista metabolico e muscolare, con il tempo possono comparire perdita di massa muscolare, aumento del grasso addominale, stanchezza e alterazioni della glicemia e del colesterolo.
Prima e durante il trattamento è quindi opportuno controllare pressione, peso, diabete e fattori cardiovascolari, soprattutto in presenza di precedenti infarti, ictus, aritmie o scompenso cardiaco. Uno studio del 2024 sottolinea l’utilità della collaborazione tra oncologo, cardiologo e medico di medicina generale nella riduzione dei rischi modificabili.
Anche le ossa richiedono attenzione
In caso di ADT prolungata possono essere indicate una densitometria DEXA e la valutazione del rischio di frattura.
Dal punto di vista dell’integrazione, calcio, vitamina D, bisfosfonati e denosumab (un principio attivo biologico, appartenente alla categoria degli anticorpi monoclonali che protegge il tessuto osseo), non devono essere assunti autonomamente, ma prescritti in base ad alimentazione, esami e rischio individuale.
Queste ed altre raccomandazioni sono approfondite nel consensus scientifico sulla perdita ossea associata ai trattamenti del tumore prostatico.
Esercizio fisico
L’attività fisica è uno degli interventi suggeriti.
Un programma che combini esercizi aerobici e allenamento della forza può aiutare a contrastare stanchezza, perdita muscolare, aumento del grasso e riduzione della capacità funzionale. Una ricerca del 2023 ha rilevato benefici su composizione corporea, forza e qualità della vita.
Unica osservazione degna di nota è che nei pazienti con metastasi ossee, fragilità o problemi cardiaci, il programma deve essere definito insieme a medici e professionisti dell’esercizio per malati oncologici.
Conclusioni
La terapia ormonale può rallentare il tumore prostatico, aumentare l’efficacia della radioterapia e migliorare la sopravvivenza in diversi contesti clinici. Non esiste però una durata o una combinazione valida per tutti.
Gli effetti collaterali non dovrebbero essere accettati in silenzio. Stanchezza, vampate, difficoltà sessuali, aumento di peso, riduzione della forza, insonnia o cambiamenti dell’umore devono essere comunicati al team di cura. Molti problemi possono essere prevenuti o ridotti attraverso esercizio personalizzato, controlli cardiometabolici, protezione delle ossa e sostegno psicologico.
Durante la visita è utile chiedere quale sia l’obiettivo della terapia, per quanto tempo dovrebbe proseguire, quali controlli siano necessari e quali sintomi vadano segnalati rapidamente. Il trattamento non deve essere sospeso o modificato autonomamente: la comunicazione tra paziente, oncologo, urologo, radioterapista, medico di famiglia e infermiere permette di mantenere insieme controllo della malattia e qualità della vita.
Approfondimenti
Sorveglianza attiva nel tumore alla prostata: quando osservare non significa perdere tempo
Referenze
European Association of Urology. EAU Guidelines on Prostate Cancer.
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Altre fonti consultate
Quanto dura l’ormonoterapia? — Corriere della Sera
Al termine della terapia gli effetti negativi scompaiono? — Corriere della Sera
Tumore della prostata: qual è la durata giusta della terapia ormonale? — Fondazione Umberto Veronesi
Tumore della prostata: quando e perché si usa la terapia ormonale — Fondazione Umberto Veronesi
Tumore alla prostata: sintomi, prevenzione, diagnosi e cure — AIRC
L’ormonoterapia per il cancro della prostata — AIMaC
Affrontare gli effetti collaterali del trattamento per il cancro della prostata — AIMaC
Hormone therapy for prostate cancer — Prostate Cancer UK
Side effects of hormone therapy — Prostate Cancer UK
Living with the effects of hormone therapy for prostate cancer — Cancer Research UK
Weight and muscle changes during hormone therapy — Cancer Research UK
Bone problems and prostate cancer — Cancer Research UK