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Quando si parla di tumore alla prostata, l’attenzione si concentra spesso su PSA, biopsia, radioterapia, chirurgia o terapia ormonale. Si parla molto meno delle ossa. Eppure, per molti uomini, l’apparato scheletrico diventa un tema importante durante il percorso oncologico: non solo perché il tumore prostatico, nelle forme avanzate, può interessare l’osso, ma anche perché alcuni trattamenti possono favorire una progressiva perdita di densità ossea.
È un problema spesso silenzioso.
Le ossa non “fanno rumore” mentre si indeboliscono. Una persona può sentirsi relativamente bene, continuare la propria vita quotidiana e scoprire solo dopo una caduta o un dolore improvviso di avere una fragilità ossea già significativa.
Per questo oggi le principali raccomandazioni cliniche invitano a considerare la salute ossea fin dall’inizio della terapia, soprattutto quando è prevista una terapia di deprivazione androgenica, o ADT, per molti mesi o anni.
Le linee guida del Royal College of Radiologists, dedicate alla gestione della salute ossea nel tumore prostatico, sottolineano proprio la necessità di inserire questa valutazione nel percorso di cura, non come elemento accessorio ma come parte della presa in carico complessiva.
Perché la terapia ormonale può influire sulle ossa
La terapia ormonale per il tumore alla prostata riduce l’azione degli androgeni, gli ormoni che possono stimolare la crescita delle cellule tumorali prostatiche. Questo effetto può essere molto utile dal punto di vista oncologico, ma ha conseguenze anche su altri tessuti, compreso quello osseo.
Il tessuto che costituisce le ossa è vivo: viene continuamente riassorbito e ricostruito. Quando diminuiscono gli ormoni sessuali, questo equilibrio può spostarsi verso una maggiore perdita di massa ossea. Ecco perché, nel tempo, possono comparire osteopenia, cioè una riduzione iniziale della densità, o osteoporosi, una condizione in cui l’osso diventa più fragile e più esposto alle fratture.
Il rischio non è uguale per tutti
Conta l’età, la densità ossea di partenza, la durata prevista della terapia, la presenza di precedenti fratture, il peso corporeo, il fumo, l’alcol, l’attività fisica, l’eventuale uso di corticosteroidi e la presenza di altre malattie.
Anche la perdita di massa muscolare, che può accompagnare alcune terapie, ha un ruolo: muscoli più deboli possono ridurre stabilità, equilibrio e capacità di reagire a un inciampo.
Uno studio pubblicato nel 2024, noto come ANTELOPE, ha osservato che dopo dodici mesi di ADT gli uomini trattati presentavano cambiamenti nella densità e nella microstruttura dell’osso, oltre a effetti su composizione corporea, fragilità e performance fisica.
Lo studio non deve essere letto come una previsione individuale, ma aiuta a capire perché il binomio tumore alla prostata e salute ossea meriti attenzione già nelle prime fasi del trattamento.
Prima di prevenire bisogna misurare il rischio
La prevenzione efficace non nasce da consigli generici, ma da una valutazione personale. Il medico può raccogliere informazioni su precedenti fratture, cadute, dolore osseo, farmaci assunti, abitudini di vita, familiarità per osteoporosi e durata prevista della terapia oncologica.
Tra gli strumenti più utilizzati c’è la densitometria ossea DEXA, un esame non invasivo che misura la densità minerale dell’osso, in genere a livello di femore e colonna. Le linee guida ricordano che la DEXA è utile per monitorare nel tempo la perdita minerale ossea e l’efficacia degli interventi, anche se il risultato deve sempre essere interpretato nel contesto clinico del singolo paziente.
Un altro strumento è il FRAX, che stima il rischio di frattura a dieci anni combinando diversi fattori clinici. Le raccomandazioni NOGG indicano che gli uomini che iniziano una terapia di deprivazione androgenica dovrebbero avere una valutazione del rischio di frattura tramite FRAX, considerando l’ADT come una causa secondaria di osteoporosi e misurando la densità ossea quando disponibile.
Il tema è rilevante anche perché, nella pratica, questi controlli non vengono sempre eseguiti. Uno studio su oltre 54.000 uomini anziani con tumore prostatico trattati con ADT ha rilevato che solo il 7,9% aveva effettuato uno screening DEXA nel periodo considerato; nello stesso studio, la valutazione della densità minerale ossea era associata a un minor rischio di fratture osteoporotiche maggiori.
Questo non significa che tutti debbano fare gli stessi esami con la stessa frequenza. Significa, piuttosto, che vale la pena chiedere al proprio medico curante: “Nel mio caso è opportuno valutare la densità ossea? Ogni quanto va controllata? Ho fattori di rischio aggiuntivi?”.
Movimento, alimentazione e prevenzione delle cadute
La salute ossea non dipende solo dagli esami. Le abitudini quotidiane possono contribuire a mantenere forza, equilibrio e autonomia. L’attività fisica, se adattata alla situazione clinica, ha un ruolo importante: cammino, esercizi in carico, rinforzo muscolare e allenamento dell’equilibrio possono aiutare a contrastare perdita di massa muscolare e instabilità.
Le già citate linee guida del Royal College of Radiologists raccomandano di combinare esercizio in carico e attività di rinforzo muscolare, modulando intensità e modalità in base alla persona. Nei pazienti con rischio di caduta, possono essere utili programmi che includano resistenza, attività aerobica, esercizi di impatto controllato e lavoro sull’equilibrio.
Naturalmente non si deve improvvisare.
Chi ha metastasi ossee, dolore, fratture pregresse, problemi cardiaci o difficoltà di equilibrio dovrebbe concordare il programma con oncologo, fisioterapista o fisiatra. L’obiettivo non è “fare di più” a ogni costo, ma fare meglio, in sicurezza e con continuità.
Anche l’alimentazione ha un peso
Una dieta varia, con adeguato apporto di proteine, calcio e vitamina D, sostiene muscoli e ossa. Le fonti alimentari possono includere latticini, pesce, legumi, verdure, frutta secca e alimenti fortificati, secondo tolleranze e indicazioni personali. Gli integratori non andrebbero però assunti per abitudine: vitamina D, calcio e altri supplementi devono essere valutati in base agli esami, alla dieta, alla funzione renale e alle terapie in corso.
C’è poi un aspetto molto pratico: ridurre il rischio di cadute. Illuminare bene la casa, eliminare tappeti mobili e cavi, usare scarpe stabili, controllare la vista, alzarsi lentamente se si soffre di capogiri e rivedere con il medico i farmaci che possono dare sonnolenza sono misure semplici, ma spesso sottovalutate.
Quando servono farmaci per proteggere l’osso
In alcuni casi, il cambiamento dello stile di vita non basta. Se il rischio di frattura è elevato, il medico, o – meglio – il team di medici, può valutare l’impiego di terapie farmacologiche mirate a proteggere l’osso e a ridurne il progressivo indebolimento. Non si tratta di trattamenti da iniziare autonomamente: la decisione richiede una valutazione clinica complessiva, eventuali controlli di laboratorio e, in alcune situazioni, anche una visita odontoiatrica preventiva.
Studi e raccomandazioni cliniche indicano che, nei pazienti con rischio osseo elevato, la protezione farmacologica dell’osso può essere presa in considerazione all’interno di una strategia personalizzata. La ricerca più recente rafforza però un messaggio pratico: non tutti i pazienti hanno bisogno dello stesso intervento, ma tutti dovrebbero essere valutati per riconoscere precocemente fragilità, rischio di cadute e possibili complicanze scheletriche.
Nelle forme metastatiche, il tema diventa ancora più articolato. Le metastasi ossee e alcuni trattamenti specifici, come il radio-223 in combinazione con altri farmaci, possono aumentare il rischio di eventi scheletrici.
Lo studio PEACE-3 ha contribuito a rafforzare il messaggio che, in contesti selezionati, l’uso sistematico di agenti protettivi dell’osso può ridurre il rischio di fratture.
Il punto centrale è la personalizzazione. Un uomo con breve terapia ormonale e basso rischio osseo non ha le stesse esigenze di un paziente anziano, con ADT prolungata, osteoporosi, precedenti cadute o metastasi ossee. Per questo la prevenzione va discussa all’interno del percorso oncologico, non separatamente.
Conclusioni
Proteggere le ossa durante i trattamenti per il tumore della prostata significa proteggere mobilità, indipendenza e qualità della vita. La fragilità ossea non deve essere vissuta come un destino inevitabile, ma come un rischio da riconoscere e gestire.
La strategia più utile parte da alcune domande semplici: qual è il mio rischio di frattura? Devo fare una DEXA? Ho bisogno di controllare vitamina D, calcio o altri parametri? Quale attività fisica è sicura per me? Devo modificare qualcosa in casa per ridurre il rischio di cadute?
Parlare di tumore alla prostata e salute ossea significa quindi allargare lo sguardo: non solo controllare la malattia, ma accompagnare la persona nel tempo, con attenzione agli effetti dei trattamenti e alla vita quotidiana.
Approfondimenti
Sorveglianza attiva nel tumore alla prostata: quando osservare non significa perdere tempo
Terapia ormonale nel tumore prostatico: benefici clinici, effetti collaterali e gestione quotidiana
Tumore alla prostata localizzato: come si sceglie tra chirurgia e radioterapia
Vita sessuale, continenza e qualità di vita: cosa cambia dopo le terapie e quali supporti esistono
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Referenze
The Royal College of Radiologists. National guideline of bone health management in patients with prostate cancer. London: The Royal College of Radiologists, 2026.
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The National Osteoporosis Guideline Group (NOGG), Strategies for management of osteoporosis and fracture risk, December 2024
Suarez-Almazor ME, Pundole X, Cabanillas G, et al. Association of Bone Mineral Density Testing With Risk of Major Osteoporotic Fractures Among Older Men Receiving Androgen Deprivation Therapy to Treat Localized or Regional Prostate Cancer. JAMA Netw Open. 2022
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Altre fonti consultate
Tumore della prostata avanzato: 9 pazienti su 10 hanno metastasi ossee — la Repubblica
Tumore alla prostata: sintomi, prevenzione, cause, diagnosi — AIRC
Terapia ormonale dei tumori — AIRC
Metastasi ossee: sintomi, prevenzione, cause, diagnosi — AIRC
Terapia ormonale — Europa Uomo
Paziente oncologico — Fondazione FIRMO