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Quando una persona riceve una diagnosi di tumore alla prostata, la prima reazione può essere quella di voler eliminare immediatamente la malattia. La parola “tumore”, infatti, viene spontaneamente associata alla necessità di agire in fretta.
Eppure non tutti i tumori della prostata si comportano allo stesso modo.
Alcuni crescono lentamente e possono restare confinati all’organo per molti anni, senza provocare sintomi né mettere in pericolo la vita del paziente.
In questi casi, un intervento immediato potrebbe esporre la persona agli effetti indesiderati della chirurgia o della radioterapia senza offrire un vantaggio proporzionato.
Un ampio studio pubblicato nel 2024 ha seguito oltre 2.100 uomini inseriti in un programma strutturato di sorveglianza. A dieci anni dalla diagnosi, circa la metà non aveva avuto bisogno di iniziare un trattamento; meno del 2% aveva sviluppato metastasi e la mortalità specifica per tumore della prostata era inferiore all’1%.
Questi dati aiutano a comprendere perché osservare attentamente non equivalga a perdere tempo. Significa, invece, scegliere il momento giusto per intervenire.
Che cosa significa davvero sorveglianza attiva
La sorveglianza attiva nel tumore alla prostata è una strategia di gestione destinata principalmente alle forme localizzate e a rischio favorevole. Il paziente non riceve subito un trattamento radicale, ma entra in un percorso di controlli programmati.
L’obiettivo è duplice: evitare terapie non necessarie e riconoscere tempestivamente eventuali cambiamenti nelle caratteristiche del tumore.
Spesso due termini, che sembrano intercambiabili, vengono usati impropriamente. Ecco perché sarebbe importante distinguere la sorveglianza attiva dalla cosiddetta vigile attesa o watchful waiting.
Nella sorveglianza attiva l’intenzione rimane curativa: qualora la malattia mostrasse una progressione significativa, il paziente potrebbe essere sottoposto a chirurgia, radioterapia o ad altri trattamenti appropriati.
La vigile attesa viene invece proposta più spesso a persone anziane, fragili o con un’aspettativa di vita limitata, per le quali l’obiettivo principale è controllare gli eventuali sintomi.
Secondo le linee guida 2026 della European Association of Urology, la sorveglianza attiva rappresenta lo standard per i pazienti idonei con malattia a basso rischio e può essere discussa anche in alcuni casi selezionati di tumore a rischio intermedio favorevole.
La valutazione considera diversi elementi:
- il livello del PSA;
- la densità del PSA (è il rapporto tra PSA totale e volume della prostata. Aiuta a distinguere un aumento dovuto
- all’ingrossamento benigno da situazioni che richiedono maggiori controlli);
- lo stadio clinico;
- il gruppo di grado ISUP, ricavato dalla biopsia;
- il numero e l’estensione dei prelievi bioptici positivi;
- i risultati della risonanza magnetica multiparametrica;
- l’età, le condizioni generali e l’aspettativa di vita;
- le preferenze e la capacità del paziente di rispettare i controlli.
La sigla ISUP indica l’International Society of Urological Pathology, la società scientifica internazionale che ha definito un sistema di classificazione del tumore prostatico articolato in cinque gruppi.
Il gruppo ISUP 1 identifica generalmente le forme con caratteristiche meno aggressive, mentre il gruppo ISUP 5 comprende quelle con il grado più elevato.
I candidati più frequenti presentano un tumore confinato alla prostata, un gruppo di grado ISUP 1 e valori clinici compatibili con un basso rischio di progressione. Anche alcuni tumori ISUP 2, quando il volume della componente più aggressiva è limitato e gli altri parametri risultano favorevoli, possono essere valutati per questo percorso.
La presenza di caratteristiche istologiche sfavorevoli, come una componente cribriforme invasiva o un carcinoma intraduttale, rappresenta invece un elemento contrario alla sorveglianza. I criteri non devono quindi essere applicati come una semplice lista automatica: la decisione nasce dall’insieme delle informazioni disponibili e dal confronto con il paziente.
Come funziona il monitoraggio
La sorveglianza è “attiva” perché richiede un programma organizzato e continuativo. Non basta controllare occasionalmente il PSA: bisogna verificare nel tempo se il tumore conserva le caratteristiche favorevoli osservate al momento della diagnosi.
Le linee guida europee indicano generalmente un controllo del PSA almeno ogni sei mesi, una valutazione clinica periodica e biopsie ripetute, eventualmente associate alla risonanza magnetica. In molti protocolli la biopsia viene programmata ogni due o tre anni, ma frequenza e modalità possono essere adattate al rischio individuale.
La risonanza magnetica multiparametrica consente di visualizzare le aree sospette della prostata, confrontarne le dimensioni e indirizzare con maggiore precisione i prelievi bioptici. Può essere eseguita prima dell’ingresso nel programma, durante la fase di conferma diagnostica oppure nel corso del follow-up.
I cambiamenti osservati alla risonanza non comportano automaticamente il passaggio al trattamento. Se una lesione appare più grande o modifica le proprie caratteristiche, è normalmente necessario verificarne il significato attraverso una nuova biopsia. Allo stesso modo, l’aumento isolato del PSA non basta, da solo, per concludere che il tumore sia diventato più aggressivo: può indicare la necessità di ripetere il test, eseguire una risonanza o programmare ulteriori approfondimenti.
Le già citate linee guida raccomandano infatti di basare il cambiamento della strategia soprattutto sulla progressione documentata dalla biopsia, anziché su un singolo valore di PSA o sulla sola evoluzione radiologica.
Uno studio, dedicato all’impiego della risonanza magnetica, ha mostrato come un percorso basato sull’imaging e sulle biopsie mirate possa ridurre il numero di procedure invasive in pazienti selezionati, mantenendo una capacità adeguata di riconoscere i tumori clinicamente significativi.
La risonanza, tuttavia, non elimina sempre la necessità della biopsia: le due tecniche forniscono informazioni differenti e complementari.
Quando è necessario passare al trattamento
Il passaggio dalla sorveglianza alla terapia non deve essere considerato un fallimento. Il programma è progettato proprio per individuare il momento in cui il rapporto tra benefici e rischi cambia.
La decisione di interrompere la sorveglianza attiva può dipendere da diversi elementi, come – ad esempio - l’aumento del gruppo di grado alla biopsia (ovvero che una biopsia di controllo rileva un grado ISUP più alto rispetto alla biopsia precedente, indicando cellule tumorali con caratteristiche potenzialmente più aggressive).
Ma anche una maggiore quantità di tumore nei campioni prelevati o la comparsa di caratteristiche istologiche sfavorevoli. Può inoltre essere presa in considerazione quando la progressione è confermata sia dalla risonanza sia dalla biopsia, quando l’andamento del PSA richiede ulteriori verifiche o quando compaiono condizioni cliniche che modificano il profilo di rischio.
Anche la volontà del paziente, dopo un confronto informato con l’équipe, rappresenta un elemento importante nella scelta.
D’altra parte non tutti i cambiamenti richiedono necessariamente un intervento immediato. Anche il riscontro di una limitata componente ISUP 2 può, in casi selezionati, essere rivalutato considerando risonanza, densità del PSA, quantità di malattia e risultati delle biopsie mirate.
A tal proposito una ricerca, sui risultati a lungo termine della sorveglianza nei tumori di gruppo di grado 1, pubblicata nel 2025; ha confermato tassi molto bassi di metastasi e mortalità specifica fino a 15 anni.
Lo studio ha inoltre mostrato che l’introduzione della risonanza magnetica consente di individuare più frequentemente piccole aree tumorali di grado superiore. Questa maggiore sensibilità diagnostica, tuttavia, non dovrebbe tradursi automaticamente in un aumento dei trattamenti, ma una valutazione attenta del reale significato clinico dei reperti.
Sicurezza, qualità di vita e risultati nel tempo
Uno studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha confrontato per 15 anni monitoraggio, chirurgia e radioterapia nei tumori localizzati.
La mortalità specifica è risultata bassa in tutti e tre i gruppi e non sono emerse differenze statisticamente significative: 3,1% nel gruppo sottoposto a monitoraggio, 2,2% dopo chirurgia e 2,9% dopo radioterapia.
Nel gruppo monitorato, tuttavia, le metastasi sono state più frequenti: 9,4%, rispetto al 4,7% dopo chirurgia e al 5% dopo radioterapia. Il dato deve essere interpretato con attenzione, perché il protocollo utilizzava una forma di monitoraggio meno strutturata rispetto alla sorveglianza moderna e risale a un periodo precedente all’impiego sistematico della risonanza magnetica e delle biopsie mirate.
Lo studio ricorda comunque che la selezione del paziente e la regolarità dei controlli non possono essere trascurate.
La scelta deve considerare anche la qualità di vita.
Un’analisi degli esiti riferiti dai pazienti a 12 anni ha mostrato che la chirurgia è associata più frequentemente a incontinenza urinaria persistente, mentre radioterapia e intervento possono produrre profili differenti di conseguenze urinarie, sessuali e intestinali. Il monitoraggio permette di evitare gli effetti immediati del trattamento nelle persone che non ne hanno ancora bisogno, anche se le funzioni possono comunque modificarsi con l’età.
Rendere la sorveglianza più semplice e sostenibile
Vivere sapendo di avere un tumore, anche se a basso rischio, può generare ansia, soprattutto in prossimità degli esami e nell’attesa dei risultati. Per questo un programma di sorveglianza attiva ben strutturato dovrebbe comprendere non soltanto i controlli clinici, ma anche una comunicazione chiara e continuativa, la valutazione del benessere emotivo e, quando necessario o richiesto, l’accesso a un supporto psicologico o psiconcologico. L’obiettivo non è trasformare una preoccupazione comprensibile in una malattia, ma evitare che l’ansia comprometta la qualità di vita o condizioni le decisioni terapeutiche.
Il futuro della ricerca
La sorveglianza attiva è un ambito in continua evoluzione: la ricerca sta cercando strumenti sempre più precisi per distinguere i tumori “indolenti” da quelli che richiedono controlli più ravvicinati o un trattamento.
Tra le soluzioni in studio vi sono biomarcatori molecolari, test genomici e sistemi di intelligenza artificiale capaci di integrare dati clinici, immagini radiologiche e caratteristiche della biopsia.
Una revisione pubblicata nel 2026 indica che questi strumenti potrebbero migliorare la selezione dei pazienti e personalizzare la frequenza dei controlli.
Al momento, però, non sostituiscono la valutazione specialistica, la risonanza magnetica e la biopsia nei casi in cui esse sono indicate.
Conclusioni
La sorveglianza attiva non è una sospensione delle cure e nemmeno un modo per rimandare una decisione difficile. È una scelta terapeutica fondata sull’osservazione programmata di tumori che, al momento della diagnosi, presentano una probabilità contenuta di progredire rapidamente.
Per essere sicura deve basarsi su una corretta classificazione iniziale, controlli regolari, risonanze di qualità, biopsie quando necessarie e un dialogo aperto tra paziente, urologo, radiologo, anatomopatologo e oncologo radioterapista.
Alcuni uomini resteranno in sorveglianza per molti anni senza ricevere alcun trattamento. Altri passeranno alla terapia perché gli esami mostreranno un cambiamento reale della malattia. In entrambi i casi, lo scopo è lo stesso: curare quando serve, evitando quando possibile trattamenti anticipati e conseguenze non necessarie.
Referenze
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Altre fonti consultate
Tumore alla prostata: che cos’è la sorveglianza attiva e quando è indicata – Corriere della Sera
Tumore della prostata: diagnosi, terapie e sorveglianza attiva – AIRC
Tumore della prostata a basso rischio: intervenire o aspettare? – Fondazione Veronesi
Tumore della prostata: quando basta la sorveglianza attiva – Fondazione Veronesi
Tumore della prostata: sorveglianza attiva per un paziente su tre – Fondazione Veronesi
Active Surveillance for Prostate Cancer – Johns Hopkins Medicine
Active Surveillance and Watchful Waiting for Prostate Cancer – Cancer Research UK
Prostate Cancer Treatment Can Wait for Most Men, Study Finds – Associated Press