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Emicrania, fisioterapia e nuovi farmaci: perché oggi la cura passa dalla gestione personalizzata

Quando si parla di emicrania, il pensiero corre quasi sempre al farmaco e al controllo del dolore. Ma chi convive con questa malattia sa bene che l’emicrania non è soltanto il momento dell’attacco: può coinvolgere il collo, il movimento, le abitudini quotidiane e la qualità di vita. Per questo la fisioterapia può avere un ruolo, non come alternativa alla terapia farmacologica, ma come parte di un percorso personalizzato di gestione della malattia.
16/06/2026

Nel video che segue, tre specialisti affrontano uno dei temi più importanti per chi soffre di emicrania (e per le famiglie che vivono accanto a queste persone): come si gestisce oggi una patologia neurologica complessa, che non può essere ridotta né al solo dolore né al solo farmaco. Si confrontano Alessandra Sorrentino, presidente di Alleanza Cefalalgici e voce del vissuto dei pazienti, la dott.ssa Simona Guerzoni, responsabile del Centro Cefalee del Policlinico di Modena, e il dott. Matteo Castaldo, fisioterapista esperto nella gestione delle cefalee, Centro Cefalee AOU Parma. 

Perché, questa, sarebbe una conversazione da seguire con attenzione

Il valore di questo incontro sta nel mettere insieme punti di vista diversi.  
L’emicrania viene raccontata come una patologia neurologica complessa, ma anche come una condizione concreta, fatta di giornate difficili, tentativi terapeutici, miglioramenti possibili e percorsi da costruire.

Il messaggio finale è incoraggiante: oggi esistono più strumenti rispetto al passato.  
Esistono farmaci più specifici, professionisti più preparati, percorsi multidisciplinari più consapevoli e una crescente attenzione alla qualità di vita.

Non si tratta di promettere soluzioni semplici a una malattia complessa.  
Si tratta, piuttosto, di cambiare prospettiva: non guardare solo al dolore, ma alla persona; non cercare una risposta uguale per tutti, ma un percorso adatto al singolo paziente; non separare farmaci, fisioterapia ed educazione, ma integrarli quando serve.

Guardare il video completo vale davvero la pena, perché permette di entrare nel cuore di questo nuovo modo di pensare la cura: meno schematico, più integrato, più vicino alla vita reale delle persone.

Andiamo con ordine: il punto di partenza è la cervicale

La conversazione parte da una domanda molto comune: perché a tante persone con emicrania fa male anche il collo?

È una domanda che molti pazienti si pongono.  
Spesso, infatti, il dolore cervicale viene interpretato come la causa del mal di testa. “Ho la cervicale”, si dice comunemente. In realtà, come emerge dal confronto tra gli specialisti, il rapporto tra collo ed emicrania è più complesso.  
Il dolore cervicale può comparire prima dell’attacco, durante l’attacco o anche dopo. Tuttavia, un elemento emerge con forza: in molti casi la cervicale non è la causa dell’emicrania, ma una sua manifestazione.

Questo non significa però che il collo non abbia importanza.  
In alcuni pazienti possono essere presenti disfunzioni muscoloscheletriche, tensioni, posture mantenute a lungo, difficoltà di movimento o altri fattori che contribuiscono a peggiorare la situazione.  

Ed è proprio qui che entra in gioco la fisioterapia, non come soluzione generica valida per tutti, ma come parte di un percorso costruito sulla singola persona. 
Non solo farmaci, non solo fisioterapia 
Uno dei messaggi più importanti del video è che oggi l’emicrania va letta dentro un paradigma diverso rispetto al passato.  
Non esistono due mondi separati: da una parte il farmaco, dall’altra la fisioterapia.  
Esiste piuttosto una gestione integrata, nella quale ogni intervento può avere un ruolo diverso a seconda della storia, dei sintomi, della risposta alle terapie e dello stile di vita del paziente.

I farmaci restano fondamentali, soprattutto quando l’emicrania richiede una terapia di profilassi o un trattamento specifico dell’attacco.  
Negli ultimi anni, la disponibilità di terapie più mirate ha cambiato profondamente il modo di trattare questa malattia. Per molti pazienti non si tratta più soltanto di ridurre il numero degli attacchi, ma di recuperare qualità di vita, funzionalità, libertà nelle attività quotidiane.

Allo stesso tempo, però, il farmaco non intercetta tutto.  
Ci sono aspetti legati al movimento, alla paura dell’attività fisica, alla gestione dello stress, alla postura, al sonno, alle abitudini quotidiane e alla consapevolezza della propria malattia che richiedono un approccio più ampio.

La parola chiave, come viene sottolineato nella conversazione, è “gestione”.  
Non sempre si può parlare di guarigione definitiva. Ma si può lavorare per stare meglio, per ridurre l’impatto della malattia, per imparare a riconoscere i segnali, per evitare che l’emicrania diventi il centro intorno a cui ruota tutta la vita.

La fisioterapia non è uguale per tutti

Un altro punto molto utile per i pazienti riguarda le aspettative nei confronti della fisioterapia. Molti immaginano che andare dal fisioterapista significhi ricevere subito una manipolazione, un trattamento manuale o una serie di esercizi standard.  
In realtà, quando si parla di emicrania, la prima fase dovrebbe essere sempre una valutazione accurata.

Il fisioterapista esperto in cefalee non si limita a “mettere le mani” sul collo.  
Prima ascolta, raccoglie la storia del paziente, indaga le caratteristiche del mal di testa, valuta la presenza di dolore cervicale, osserva come il corpo si muove e cerca di capire se esistono fattori modificabili su cui lavorare.

Questo passaggio è fondamentale perché non tutti i pazienti hanno bisogno dello stesso percorso.  

In altre parole, non esiste “la fisioterapia per l’emicrania” come ricetta unica.  
Esiste una fisioterapia personalizzata, che ha senso solo se inserita in una valutazione competente e in dialogo con il medico.

Il paziente non è più spettatore

Uno dei passaggi più interessanti della conversazione riguarda il ruolo del paziente.  
Per molto tempo la relazione di cura è stata immaginata come una linea netta: da una parte il medico, dall’altra il paziente che ascolta e riceve indicazioni.  
Oggi questo modello sta cambiando.

Chi soffre di emicrania non è un semplice destinatario passivo delle cure. È parte attiva del percorso. Questo non significa scaricare sul paziente la responsabilità della malattia, ma aiutarlo a comprendere meglio ciò che gli accade.

Riconoscere i propri trigger, capire quando un sintomo fa parte dell’attacco, sapere quando è utile chiedere una valutazione fisioterapica, imparare a muoversi senza paura, aderire correttamente alla terapia farmacologica: sono tutti elementi che fanno parte di una gestione più consapevole.

Anche per le famiglie questo messaggio è importante.  
Vivere accanto a una persona con emicrania significa spesso vedere solo una parte del problema. Il dolore è visibile quando esplode, ma molto meno visibili sono la paura, la frustrazione, la rinuncia, la fatica di programmare la vita quotidiana sapendo che un attacco può arrivare all’improvviso.

Per questo una comunicazione chiara tra specialisti, paziente e familiari può fare una grande differenza. Capire la malattia aiuta a ridurre lo stigma. Aiuta a smettere di pensare che “basta resistere”. Aiuta anche a costruire aspettative realistiche sul percorso di cura.

Una conversazione che aiuta a “guarire”?

No. Lo abbiamo già sottolineato prima: non si può parlare di guarigione definitiva.  
Ma si può lavorare per stare meglio.  

Per chi soffre di emicrania, e per chi vive accanto a una persona cefalgica, questa conversazione offre spunti preziosi.  

Orion Pharma

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