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Emicrania: convivere con la tempesta silenziosa del cervello

Dialogo tra la dottoressa Simona Guerzoni e Alessandra Sorrentino, presidente dell’associazione Alleanza Cefalalgici.
28/01/2026

C’è un dolore che non si vede, ma che può travolgere come un temporale improvviso. È l’emicrania, una delle patologie neurologiche più diffuse e sottovalutate, capace di alterare la vita quotidiana, il lavoro, le relazioni, la percezione stessa di sé.

Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Simona Guerzoni, responsabile del Centro Cefalee di Modena, e con Alessandra Sorrentino, presidente dell’associazione Alleanza Cefalalgici, che vive l’emicrania in prima persona da molti anni.

Dall’incontro tra la prospettiva clinica e quella del paziente nasce un racconto di consapevolezza, fiducia e rinascita. 

L’aura: quando la paura prende forma

Per chi non la conosce, l’aura emicranica può sembrare l’inizio di qualcosa di grave: una perdita di vista, un formicolio, la difficoltà nel parlare. 
«È successo anche a me, a diciassette anni, in metropolitana», racconta Alessandra Sorrentino. «All’improvviso ho visto luci colorate, non riuscivo più a parlare. Ero convinta di avere un ictus».

La dottoressa Guerzoni sorride: «È una scena che vedo spesso nei nostri ambulatori. L’aura è un fenomeno transitorio e benigno, ma spaventa. Sapere cosa sta succedendo, però, fa già metà della cura».

L’aura, spiega la Responsabile del centro cefalee, non è altro che una piccola “tempesta elettrica” nel cervello, una disorganizzazione temporanea dei segnali neuronali. Non lascia danni e passa spontaneamente. «L’educazione del paziente è fondamentale — sottolinea —: conoscere la propria malattia riduce la paura e migliora la gestione degli attacchi».

Il cervello barometro: quando il meteo scatena il dolore

L’emicrania è molto più di un mal di testa. È una condizione neurologica complessa che rende il cervello ipersensibile agli stimoli. 
«I pazienti emicranici sono come barometri umani», spiega Guerzoni. «Sentono il cambiamento di stagione prima che arrivi, soffrono per la luce intensa, per il caldo, per il vento o per la mancanza di sonno».

Anche Alessandra conferma: «Ho imparato a riconoscere i miei trigger. Bastano due giorni di stress o un viaggio con troppa luce per scatenare la crisi. Per questo tengo un diario: segno tutto, anche i cibi e gli orari».

Il diario delle cefalee è infatti uno strumento diagnostico prezioso. Permette al medico di individuare schemi ricorrenti e al paziente di riconoscere le situazioni a rischio. 
Ogni emicrania, ricorda la neurologa, «è una storia a sé: capire il proprio corpo è il primo passo verso la libertà».

Familiarità e identità: non è un cervello difettoso

Uno dei miti più diffusi è che l’emicrania sia “ereditaria”. In realtà, si eredita solo una predisposizione genetica, una maggiore sensibilità neuronale. 
«Non significa che il cervello dell’emicranico sia malato o difettoso», spiega Guerzoni. «Significa solo che è più reattivo agli stimoli. Come avere un impianto stereo con il volume un po’ più alto».

È un messaggio importante per i pazienti, spesso vittime di stigma e sensi di colpa. «Per anni mi sono sentita “sbagliata”», confessa Alessandra. «Poi ho capito che la mia testa funziona semplicemente in modo diverso. E che imparare a rispettarla è il modo migliore per star bene».

Farmaci, fiducia e false resistenze

Molti pazienti arrivano ai centri cefalee dopo anni di tentativi. «Spesso dicono: “Ho provato tutto, non funziona niente”. Ma in realtà non esiste la farmacoresistenza», chiarisce Guerzoni. 
«Ogni terapia va personalizzata. E se un farmaco perde efficacia nel tempo, non significa che non funzioni più: si chiama tolleranza, e possiamo gestirla». 

La vera sfida è la fiducia. Troppi pazienti abbandonano i trattamenti per paura degli effetti collaterali o per la delusione dei risultati lenti. 
«L’emicrania è una maratona, non uno sprint», spiega la neurologa. «Il medico deve accompagnare il paziente, spiegare cosa aspettarsi, correggere il percorso passo dopo passo. La relazione è parte della terapia».

Alessandra annuisce: «Quando senti che il medico ti ascolta davvero, cambia tutto. Non è più solo una lotta contro il dolore, ma un lavoro di squadra».

Accettare per vivere meglio

La parola “accettazione” non significa arrendersi. 
«Per anni ho cercato la guarigione — racconta Alessandra —. Poi ho capito che potevo convivere con la mia emicrania. Ho smesso di odiarla e ho imparato a gestirla».

Guerzoni conferma: «L’obiettivo oggi non è cancellare la malattia, ma restituire al paziente il controllo. Quando si impara a riconoscere i segnali, a prevenire i trigger e a dosare i farmaci, la qualità della vita cambia radicalmente».

Non esiste una terapia uguale per tutti, ma una combinazione personalizzata di strategie: farmacologiche, comportamentali e, in alcuni casi, nutrizionali.

Dieta chetogenica e approcci complementari

Tra gli approcci non farmacologici più studiati c’è la dieta chetogenica, un regime a basso contenuto di carboidrati che induce la produzione di corpi chetonici con effetto antinfiammatorio e neuroprotettivo. 
«Non è una moda — precisa Guerzoni —, ma un protocollo serio da seguire sotto controllo medico. In molti casi riduce frequenza e intensità degli attacchi». 
Tuttavia, non è una soluzione universale: «Ogni paziente reagisce in modo diverso. La chetogenica può essere utile, ma non sostituisce le terapie farmacologiche».

Anche qui, la personalizzazione è la chiave.

Non solo donne: ormoni, gravidanza e oltre

L’emicrania colpisce più le donne, ma non è una malattia “al femminile”. Gli ormoni, però, giocano un ruolo importante: ciclo mestruale, gravidanza e menopausa possono influenzare gli attacchi. 
«Durante la gravidanza molte pazienti migliorano, ma se la malattia persiste abbiamo opzioni sicure», spiega Guerzoni. 
E avverte: «Il dolore non è mai un sacrificio necessario. La maternità deve restare un tempo sereno, non una rinuncia».

Anche la scelta dei contraccettivi ormonali va sempre condivisa tra neurologo e ginecologo, per evitare squilibri che possano scatenare le crisi.

Oltre i numeri: la qualità della vita

Nel valutare l’efficacia di una terapia, non conta solo la frequenza degli attacchi, ma anche la loro intensità e l’impatto sulla vita quotidiana. 
«Un mese con quattro crisi devastanti può essere più invalidante di trenta giorni con dolori lievi», osserva la dottoressa Guerzoni.

Per questo, oggi la ricerca si concentra non solo sui parametri clinici, ma anche su indicatori di benessere psicologico e funzionale. 
Ridurre il dolore è importante, ma restituire al paziente il senso di normalità lo è ancora di più.

Il valore della relazione

Nel corso dell’intervista, emerge con forza un tema trasversale: la comunicazione medico-paziente. 
«L’emicrania si cura con i farmaci, ma anche con l’ascolto», afferma Guerzoni. «Spiegare, rassicurare, creare fiducia è parte integrante del processo terapeutico». 
Alessandra conferma: «Quando mi sono sentita accolta, ho smesso di vergognarmi della mia malattia. Ho capito che non ero “debole”, ma che stavo affrontando una sfida complessa. E che non dovevo farlo da sola».

Una nuova consapevolezza

Oggi, l’emicrania è sempre più riconosciuta come una malattia neurologica vera e propria, non come un semplice “mal di testa”. 
La scienza ha fatto grandi progressi, ma il cambiamento più importante è culturale: imparare a parlarne, a riconoscerla, a non minimizzarla.

«Il cervello dell’emicranico non è rotto», conclude la dottoressa Guerzoni. «È solo più sensibile, più raffinato. E con la giusta attenzione può vivere in equilibrio».

Alessandra sorride: «L’emicrania non mi comanda più. Mi accompagna, ogni tanto mi ricorda di rallentare. Ma oggi sono io a decidere il ritmo».

In fondo, forse è proprio questo il senso più profondo della cura: non eliminare la tempesta, ma imparare a danzare sotto la pioggia. 

Orion Pharma

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