Intervista al dottor Maurizio Gionco, Direttore della Struttura Complessa di Neurologia all’A.O. Ordine Mauriziano di Torino e autore del libro “Lezioni di guida per cervelli emicranici, dalla teoria alla pratica".
Il “cervello da corsa” e la spia che si accende: un neurologo riscrive la narrazione dell’emicrania.
La presentazione ufficiale del libro, citato in questa intervista, recita: “cos’è realmente l’emicrania? C’è chi crede sia solo una cefalea e si sbaglia, chi pensa sia una malattia e si affanna a cercarne la causa, c’è chi è emicranico e non lo sa, chi potrebbe curarsi e non lo fa”.
Una presentazione che lascia il lettore con domande irrisolte: perché non è “solo cefalea”? In che senso non sarebbe una “malattia” oppure: perché “cercarne la causa” sarebbe fuorviante? Chi è emicranico e non lo sa? (persone con sintomi atipici? con aura? con manifestazioni non dolorose)? E cosa significa “potrebbe curarsi e non lo fa?
In questa intervista, tutto si chiarisce con un’immagine semplice: “Se un cervello da corsa corre (anche più del necessario), corre anche da fermo. Quando finisce la benzina, si ferma. E in quel momento accende la sua spia di allarme: la crisi emicranica”.
Il dottor Gionco pronuncia questa frase con l’aria di chi, dopo una vita passata ad ascoltare persone con cefalea, ha trovato una metafora capace di tenere insieme biologia e quotidianità. Ed è forse qui la chiave dell’intervista: non negare la sofferenza dell’emicrania, ma togliere al dolore l’ultima parola.
Maurizio Gionco non parla dell’emicrania come di un semplice “mal di testa”.
Anzi, sembra quasi infastidito da quanto questa riduzione continui a orientare diagnosi, paure e percorsi terapeutici. La sua proposta è più radicale e, per certi versi, liberatoria: l’emicrania non è soltanto un disturbo episodico, ma una condizione neurobiologica complessa.
E chi ne soffre non ha un cervello “difettoso”: ha un “cervello emicranico”, cioè un cervello sano, predisposto fin dalla nascita a funzionare in un certo modo — anche fuori dalle crisi.
Mentre lo ascolti, hai la sensazione che stia facendo due cose insieme: spiegare un meccanismo neurologico e provare a restituire alle persone un’identità che la malattia, spesso, erode. “Aiutare a vivere meglio” è l’obiettivo che ripete più volte, quasi fosse una bussola etica prima ancora che clinica. Vivere meglio significa capire, ascoltare, insegnare a leggere i messaggi del corpo. E in questo caso, del cervello.
Un cervello “imperattivo”, curioso, creativo. E quindi più sensibile
Il dottor Gionco usa una parola che colpisce: “imperattivo” (nel suo lessico, un misto tra iperattivo e imperativo). Il cervello emicranico, dice, ha una marcia in più: è veloce, attento, curioso, spesso creativo. Non filtra tutto: coglie dettagli, segnali, stimoli. Questa ricchezza, però, ha un rovescio: la sensibilità. Il cervello emicranico “consente di vivere intensamente tutto, anche le emozioni, e di patire anche di più”. È una descrizione che, in molti, riconoscono come esperienza: l’emicrania non arriva solo dopo “troppo lavoro” o “troppa tensione”, ma dopo un accumulo di stimoli, impegni, cambiamenti, picchi emotivi.
In questo quadro, anche la familiarità assume un significato meno fatalistico.
Gionco non la racconta come una condanna genetica, ma come una predisposizione a un certo funzionamento cerebrale che spesso “si eredita” in famiglia. Il discorso si intreccia, inoltre, con le fasi della vita: pubertà, età fertile, transizioni ormonali, menopausa. Non come cause uniche, ma come periodi in cui il cervello è chiamato a “gestire di più” e può quindi superare più facilmente la soglia che accende la crisi.
Il malinteso più grande: chiamarla solo cefalea
Quando si entra nel merito dei sintomi, la sua critica alla parola “cefalea” diventa quasi un atto d’accusa culturale. È vero: il dolore può essere pulsante, frontale, talvolta lateralizzato. Ma la crisi emicranica — ricorda — comprende molto altro: nausea, vomito, fastidio per la luce, per gli odori, per l’ambiente. E poi quella costellazione di segnali che spesso spaventano perché “escono dalla testa”: vertigini, mani e piedi freddi, palpitazioni, pressione che sale o scende, difficoltà di concentrazione, cambiamenti dell’umore, intolleranza allo sforzo.
Il punto, però, non è fare un elenco. È il senso che dà a quell’insieme: durante la crisi il cervello “si disattiva per tutto quello che può”, come se imponesse una sospensione forzata della performance. Una sorta di blackout selettivo per proteggersi e ricaricarsi. E qui l’intervista cambia registro: se la crisi è anche un segnale, allora ignorarla non è solo doloroso; può diventare pericoloso.
Farmaci: alleati necessari, ma non la soluzione “da soli”
Gionco è netto su una questione che i pazienti conoscono bene: il farmaco sintomatico è spesso indispensabile. “Uno ha mal di testa, cosa fa? Soffre? No”. Ma subito aggiunge la seconda parte, quella più scomoda: nascondere sempre il segnale senza modificare il contesto significa dare al cervello un messaggio ambiguo. Se non gli si permette di ricaricarsi, “la spia, la riaccende appena può”. E qui arriva l’avvertimento sull’abuso di sintomatici: un uso troppo frequente può favorire un peggioramento del quadro, fino alla cronicizzazione.
Quando gli attacchi diventano numerosi — “più di una volta alla settimana” è la soglia pratica che cita — la strada cambia: serve la profilassi, cioè un trattamento che rimoduli la soglia di attivazione nel tempo. Parla di farmaci usati anche in altri ambiti (antipertensivi, antidepressivi, antiepilettici) capaci di agire sui neurotrasmettitori. E cita le terapie più recenti che colpiscono la via del CGRP, come anticorpi monoclonali e nuove molecole. Ma anche qui torna al punto che sembra ossessionarlo (in senso buono): senza una “cornice” interpretativa, la terapia rischia di diventare solo tecnica, e quindi fragile.
I falsi miti che creano percorsi sbagliati: esami, trigger, “cause” ovunque
Se c’è un tratto che emerge con forza è la sua insofferenza per il “non si sa mai”. Perché, spiega, quando una storia clinica è tipica e i criteri sono rispettati, l’emicrania è una cefalea primaria: non è l’effetto di un tumore nascosto o di una “cosa da trovare”. Fare esami inutili, oltre a costare, manda un messaggio psicologico: che la risposta stia altrove. E spesso non tranquillizza affatto: se non si trova nulla, si cerca un’altra causa, poi un’altra ancora.
Da qui la critica alla caccia ai trigger e alle “liste di alimenti proibiti”. Il cervello emicranico — dice — ha già bisogno di programmare molto: trasformare la vita in una continua evitazione significa aggiungere carico. Se una persona riconosce un fattore specifico e ripetibile, può gestirlo. Ma l’idea che “il cioccolato sia la causa” o che esista un singolo colpevole è, per lui, un mito che distrae.
Persino la “cervicale” — uno dei grandi luoghi comuni — viene riletta: la tensione muscolare può far parte del quadro, ma spesso è una proiezione di un meccanismo centrale, non la miccia originaria. Nel tempo, se non si interviene, il dolore può allargarsi, scendere lungo il corpo, fino a diventare una sindrome dolorosa diffusa. Arriva a evocare la fibromialgia come possibile esito di una sensibilizzazione centrale non trattata: un cervello che “non filtra”, che amplifica, che porta la sofferenza oltre la testa.
Stile di vita: la parola chiave è regolarità, non perfezione
Quando gli si chiede di alimentazione e abitudini, Gionco non fa l’educatore severo. Sembra piuttosto un tecnico della regolarità. Il cervello emicranico è collegato all’ipotalamo, all’orologio biologico: se sballano sonno, pasti, ritmi, il carico aumenta.
Il sonno, in particolare, non è “spegnere il cervello”, ma permettergli di fare reset: memoria, ormoni, equilibrio neurovegetativo. E anche i pasti hanno una dimensione neurologica: orari e qualità diventano segnali di programmazione per un sistema che ama la prevedibilità.
Non chiede di eliminare la vita. Chiede di ridurre gli scarti inutili: “ogni cambiamento può essere un impegno in più e magari una crisi in più”. È un modo realistico di parlare di prevenzione: non come controllo totale, ma come gestione dell’energia.
L’aura: non un mistero vascolare, ma un fenomeno elettrico spiegabile
La parte finale sull’emicrania con aura ha un valore quasi educativo. Gionco descrive i disturbi visivi che si accendono e migrano, i formicolii, le difficoltà transitorie: li definisce benigni, normali nel contesto dell’aura, e li spiega come un’onda elettrica che attraversa la corteccia e poi si spegne. La sua preoccupazione è evidente: molte persone, non sapendo, si allarmano, corrono in pronto soccorso, cercano spiegazioni vascolari. “Se glielo si spiega”, sembra dire, la paura si ridimensiona e il fenomeno rientra nella vita.
La sensazione dopo aver visto l’intervista: meno colpa, più comprensione
Dopo aver ascoltato l’intervista (ma chiamiamola pure lezione) del Dottor Gionco, resta una sensazione: questa non è solo una relazione di neurologia, è un tentativo di cambiare linguaggio. Gionco non romanticizza l’emicrania — non nega che possa rovinare giorni, lavoro, relazioni, vacanze — ma prova a spostare il fuoco: dall’idea di “malattia misteriosa” a quella di “cervello da capire e guidare”.
E in quel saluto finale, quando definisce le persone emicraniche “sane… con una marcia in più”, c’è tutta la sua postura: ironica e affettuosa. Come se dicesse che il dolore non è un marchio identitario, ma un segnale. E che imparare a leggere quel segnale, senza inseguire falsi miti e scorciatoie miracolose, può essere il primo passo per vivere — finalmente — un po’ meglio.
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