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Salute non è solo non ammalarsi: il nuovo sguardo delle donne su corpo e mente

Nel 2005 “stare bene” significava soprattutto non avere nulla che non andasse. Niente dolori particolari, niente diagnosi importanti, nessun esame “sballato”. Oggi, per moltissime donne, questa definizione è semplicemente troppo stretta.
30/01/2026
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Questo articolo riprende e rielabora i dati emersi dall’indagine “Donne e salute – Ventennale Fondazione Onda ETS”, realizzata da Elma Research per Fondazione Onda con l’obiettivo di confrontare il rapporto delle italiane con la salute nel 2005 e nel 2025. Lo studio è stato condotto tra il 28 febbraio e il 12 marzo 2025 su un campione di 800 donne tra i 18 e i 65 anni, attraverso interviste CAWI della durata di circa 15 minuti. Il campione è stato stratificato per età, area geografica (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e Isole in proporzione alla popolazione nazionale), titolo di studio e condizione lavorativa, con una quota maggioritaria di donne occupate. 

La salute, per le donne intervistate dalla ricerca di Fondazione Onda, non viene più letta come assenza di malattia, ma come un equilibrio dinamico tra corpo, mente ed ecosistema di vita: relazioni, lavoro, tempo per sé, qualità del sonno, gestione dello stress.  

Non basta non ammalarsi; occorre sentirsi presenti nella propria vita, con energia e lucidità. È un passaggio culturale enorme, che in vent’anni ha cambiato il modo in cui le donne guardano a sé stesse e al proprio benessere, e di conseguenza il modo in cui guardano ai servizi sanitari.

2005 vs 2025: due idee di salute a confronto

Nel 2005, la salute veniva spesso raccontata in termini “negativi”: non avere disturbi, non avere problemi evidenti, non finire in ospedale. Il rapporto con il sistema sanitario era prevalentemente reattivo: ci si rivolgeva al medico quando qualcosa non andava, quando un sintomo diventava troppo fastidioso per essere ignorato.

Nel 2025, la fotografia è diversa.  
Sempre più donne cercano una salute “positiva”: vogliono prevenire, capire cosa succede al proprio corpo prima che compaia una patologia, avere strumenti per gestire stress, cicli di vita, cambiamenti ormonali.  

La mente entra a pieno titolo nella definizione di salute: ansia, insonnia, stanchezza mentale, difficoltà di concentrazione non sono più vissute come “capricci”, ma come indicatori di un equilibrio da ritrovare. E anche l’organizzazione quotidiana – dal tempo per l’attività fisica alla possibilità di staccare – diventa parte integrante del concetto di benessere.

Più spazio per sé, meno centralità del ruolo domestico

Questo cambiamento di sguardo va di pari passo con l’evoluzione dei ruoli.  

Se in passato il baricentro dell’identità femminile era spesso casa/famiglia, oggi molte donne rivendicano qualcosa in più: un lavoro soddisfacente, percorsi di formazione continua, passioni personali, tempo per il proprio corpo e la propria mente.  

La priorità “casa/famiglia” non scompare, ma smette di essere l’unico criterio con cui misurare la realizzazione personale.

Nel quotidiano questo si traduce in scelte concrete: iscriversi a un corso di yoga o mindfulness, seguire un master, cambiare lavoro per cercare un clima più sano, dedicare con costanza del tempo a sport, lettura, viaggi.  

La cura degli altri – partner, figli, genitori anziani – resta spesso sulle spalle delle donne, ma cresce la consapevolezza che prendersi cura di sé non è egoismo: è una condizione per poter reggere il resto.  
La salute, quindi, diventa un progetto personale e non solo un dovere “funzionale” al mantenimento della famiglia. 

Una nuova domanda di servizi: oltre la cura della malattia

Quando cambia il modo di intendere la salute, cambia anche ciò che si chiede al sistema sanitario. Le donne non cercano solo visite specialistiche per “curare” un problema già conclamato, ma percorsi integrati che tengano insieme prevenzione, diagnosi precoce, supporto psicologico, educazione alimentare, riabilitazione fisica, consulenze su movimento e gestione dello stress.

Accanto ai reparti ospedalieri emergono ambulatori multidisciplinari, centri dedicati alla salute della donna nelle diverse fasi di vita, servizi di counseling e psicologia, percorsi strutturati di nutrizione clinica o di riabilitazione dopo interventi o malattie croniche.  

L’aspettativa è quella di una presa in carico “a 360 gradi”: non solo l’esame del sangue o l’ecografia, ma il tempo per spiegare, per ascoltare, per costruire un piano realistico che tenga conto di lavoro, figli, carichi di cura, possibilità economiche.

Cosa cambia per le politiche sanitarie

Di fronte a questo scenario, le politiche sanitarie non possono limitarsi a “riparare” quando qualcosa si rompe. Devono attrezzarsi per accompagnare le persone – e le donne in particolare – nel mantenimento del benessere lungo tutto l’arco della vita.  

Significa investire in prevenzione, promozione di stili di vita salutari, programmi di screening accessibili, ma anche in servizi territoriali, prossimi ai luoghi di vita e di lavoro, che permettano di intercettare i bisogni prima che diventino urgenze.

Promuovere la salute non è un costo da ridurre al minimo, ma un investimento sociale: meno malattie gravi significa meno ricoveri, meno giornate di lavoro perse, meno carico sui servizi di emergenza e, soprattutto, maggiore qualità di vita.  

Riconoscere il nuovo sguardo delle donne su corpo e mente vuol dire progettare un sistema sanitario capace non solo di curare, ma di sostenere progetti di vita pieni, autonomi e consapevoli. In altre parole: passare da una sanità che “aggiusta” a una sanità che aiuta a vivere meglio. 

 

Approfondimenti

Fondazione Onda: a vent’anni di distanza: come è cambiato il rapporto delle donne con la salute 

Se la sanità mettesse davvero al centro le donne: lezioni da vent’anni di indagine Onda 

Più forti ma più sole: il paradosso delle donne che si prendono cura della salute di tutti (aritcolo in arrivo il 2 Febbraio)

Figlie, madri, nonne: generazioni di donne a confronto sul tema della salute (articolo in arrivo il 6 Febbraio)

 


 

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